La battaglia di Simancas, la prima e atroce disfatta dell'esercito musulmano.

 



Il 1° agosto 939 nei pressi della città di Simancas nella regione di Valladolid, si svolse una battaglia memorabile e fondamentale per la storia della Reconquista. Gli eserciti del califfo Abd ar Rahman III e quelli dei regni cristiani del nord si scontrarono in campo aperto e per la prima volta i cristiani riuscirono a sconfiggere e mettere in fuga un poderoso esercito moro.
Le battaglie antecedenti di Covadonga o Clavijo, sono così ammantate di elementi leggendari e soprannaturali e le fonti così scarse e poco attendibili da far addirittura dubitare molti studiosi della loro esistenza. Nel caso di Simancas invece non vi sono dubbi perché viene citata sia da fonti musulmane sia cristiane. Appurato che vi fu questa battaglia, come vi si arrivò? Il confine tra i regni cristiani e il Califfato di Cordova correva all’epoca lungo il corso del fiume Duero, ma da qualche tempo si erano andate intensificando le razzie da parte dei cristiani a danno dei centri musulmani di Madrid (allora poco più che un piccolo insediamento) e Saragozza. Il califfo pensò quindi di punire in modo deciso e definitivo i responsabili di queste continue e moleste incursioni.
Da ricordare che fino ad allora le spedizioni di razzia erano state quasi esclusivo monopolio dei musulmani che varcavano il confine per procurarsi schiavi, bestiame e ogni tipo di bene nei territori sotto il controllo crististiano.
La battaglia di Simancas, non era stata concepita come una semplice operazione punitiva, ma come qualcosa di molto più importante e sacro. La guerra contro i regni del nord ed in particolare contro il re di Leòn Ramiro II, doveva essere una vera e propria jihad; una guerra santa, il cui obiettivo era la città di Zamora un caposaldo di importanza strategica che i cristiani avevano strappato ai mori nel 901.
Le truppe vennero reclutate non solo in al-Andalus, ma anche nei territori che il califfo controllava nel nord Africa da dove arrivarono migliaia di soldati pronti ad immolarsi nella lotta contro l’infedele. Il califfo decise di guidare personalmente le truppe in battaglia e lasciò Cordova il 28 giugno dirigendosi in direzione di Zamora assieme ai suoi soldati che, stando alle cronache, raggiungevano le 100.000 unità.
Ramiro II era cosciente che la perdita di Zamora avrebbe significato un indebolimento probabilmente fatale per il suo regno e fece ogni sforzo per radunare più combattenti possibile e coinvolgere nella lotta anche i sovrani di Aragona e Navarra oltre al suo vassallo, Ferdinando Gonzalez conte di Castiglia che giocherà un ruolo di primo piano sia in quella specifica vicenda sia in molte di quelle successive che andranno a segnare la storia della Spagna e della Reconquista. La battaglia che come abbiano ricordato si svolse sotto le mura di Simancas dove gli eserciti si erano radunati, iniziò l’1 agosto e si protrasse per cinque giorni. Fu Abd ar Rahman a prendere l’iniziativa lanciando all’attacco il suo esercito il cui urto fece arretrare le armate cristiane. A differenza di quanto sperato dal califfo l’esercito di Ramiro e dei suoi alleati non subì un tracollo irreversibile, ma fu in grado di mantenere le posizioni, impedire che Simancas cadesse in mano nemica e addirittura riorganizzarsi per un contrattacco. Furono l’evidente impossibilità di prendere la città e le enormi perdite subite e far desistere Abd ar Rahman dal proseguire gli assalti. Decise inaspettatamente di ordinare la ritirata e tornare a Cordova senza subire altri danni.
L’esercito cristiano vedendo i musulmani in fuga si animò e si lanciò all’assalto del nemico che retrocedeva. Gli attacchi durarono svariati giorni fino a quando l’esercito musulmano fiaccato e in rotta, non cadde in una imboscata in un luogo morfologicamente accidentato denominato Alhándega che non è stato ancora possibile individuare con precisione. In quel luogo la strage fu immane. I mori furono quasi completamente annientati e massacrati tanto che lo stesso califfo riuscì miracolosamente a fuggire dopo aver rischiato di cadere sul campo o di finire prigioniero. Da quel momento in poi il califfo non si mise mai più alla testa del suo esercito. Le conseguenze della battaglia furono uno smacco atroce per il califfo che appena rientrato a Cordova fece giustiziare (crocifiggendoli) circa 300 tra generali e ufficiali, accusati di incapacità, tradimento e codardia.
Di tenore completamente opposto gli animi nel campo cristiano. Il governatore di Saragozza venne fatto prigioniero; viene rafforzato il confine a sud del Duero con il califfato di Cordova; ripopolate città come: Salamanca, Peñaranda de Bracamonte, Sepúlveda, Ledesma.
Gli echi di questa vittoria si sparsero per tutta l’Europa e il Medio Oriente, arrivando fino alla corte di Bagdad e consegnarono Ramiro II, il suo esercito e i suoi alleati, alla storia e alla leggenda della Reconquista.

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